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Marina (Storie n. 30, 1998)

Marina (Storie n. 30, 1998)

Nel V secolo i monasteri sono vietati alle donne. Marina decide allora di travestirsi da uomo, nascondendo la sua identità fino alla morte. La Chiesa la beatifica per le virtù dimostrate. Ma la sua storia è anche l'aspro esempio di una resa alle condizioni maschili...

di Francesca Pacini


È un mattino luminoso, e le due figure che si arrampicano sul sentiero di montagna non sono affaticate dalla marcia. La ragazzina guarda fiduciosa il volto del padre mentre già si intrave­de, in lontananza, il convento di Kanoubine. Ricco di frutteti e giardini, costeggiato dal fiume Nahr-Kadicka, il paesaggio siriano contrasta con la ruvidità di quella costruzione irregolare, lassù, inserita nella roccia a strapiombo della montagna. Eugenio allora si ferma, e ricorda a Marina il loro piccolo ma necessario segreto: lei si sarebbe spacciata per un ragazzo, una bugia indispensabile per poter seguire il padre e vivere con lui insieme ai frati del monastero.

Marino, adesso sarà questo il suo nome ufficiale. Così, indossa abiti maschili e porta capelli cortissimi: nessuno dovrà mai sospet­tare la sua vera identità. Il fatto è che siamo nel V secolo: guai se una donna entra in un convento. Inizia per i due un'esistenza dedicata al rispetto e alla parola di Dio. Eugenio bada a Marino con premura, perché vorrebbe farla crescere come un esempio di virtù. Del resto, la vita frugale nelle celle del monastero non conce­de troppe tentazioni. I frati ignorano la vera identità di quel giova­ne imberbe che, vista la delicatezza dei lineamenti e la fragilità della voce, è scambiato per un eunuco. Marino ha solo diciassette anni quando il padre muore, ma continua a mantenere il segreto. Tutti le vogliono bene, apprezzano le sue maniere garbate, la con­dotta esemplare. Aiuta gli altri frati, talvolta passeggia sulla mon­tagna, ogni giorno raggiunge il mercato per le spese necessarie al convento, trascorrendo la notte nella locanda di un paese vicino. Il gestore, Pandochio, ha una figlia ancora vergine che, imprudente, una notte consuma il suo onore insieme a un soldato. Rimasta incinta, è tempestata dalle intimazioni del padre: "Dimmi chi è stato". "Frate Marino", risponde lei. Una menzogna forse frutto di un'ingenua improvvisazione, che però desta scalpore aizzando le ire della famiglia contro il convento e soprattutto contro l'ignara giovane che continua, come sempre, a camuffarsi da uomo. Uno scandalo, questo, insopportabile per l'integrità della confraternita, aggravato dalla falsa confessione di Marino che non nega la pre­sunta colpa. Impossibile, adesso, consentirle di restare nel mona­stero, da cui è allontanata ma che tuttavia lei non abbandona, restando tre anni nelle vicinanze. Spesso chi arriva la trova davan­ti alla porta. Ostinata, inflessibile, immune agli assalti del gelo e dell'arsura. Unico, fragile rifugio, una grotta nella vicinanze dove accudisce il supposto figlio che, nel frattempo, le è stato consegna­to da Pandochio con l'ordine di occuparsi di lui. E Marino, pazien­te, sorveglia il neonato. Infine, riammessa nel convento grazie a uno slancio di pietà dell'abate, continua a vivere col piccolo che, ormai cresciuto, la segue dappertutto.

Finché un giorno non la trovano nella sua cella: è morta, accanto a lei il bimbetto che strilla come se avesse capito cosa è successo. Preparandola per la sepoltura, i frati rimangono sgomenti sco­prendo che Marino è una donna. Già, una donna. Lo stesso brivido percorre l'abate, che comunque riscatta subito Marino dalle colpe imputate in precedenza. La forza con cui ha accettato la punizione, il suo carattere saldo, le cure rivolte al figlio non suo conquistano, e commuovono, tutto il convento. E poi, a tutti i frati non ha mai risparmiato obbedienza e rispetto. A lei è quindi garantito il per­dono per aver mentito sul suo sesso, come pure la sepoltura al­l'interno dell'ora­torio. Godrà, inol­tre, di un privilegio estremo: la beatificazione. Santa Marino, così da quel momento la ricor­da la Chiesa. Una storia che non sfugge alle diver­se interpretazioni che spesso scorta­no le leggende: discordanze, imprecisioni, scarti geografici. Una versione, infatti, la fa vivere in Bitinia, un'altra in Egitto. Interrogativi dovuti al confronto tra testi diversi, che ogni volta aggiungono o sottraggono alcuni dettagli, e che a tratti scontano l'immaginazione di chi racconta. E perfino dubbi sul vero nome: Marina, Maria o addirittura Margherita? Dunque un certo grado di inaffidabilità storica pesa su alcuni dati, come rileva anche Marina Minghelli nel saggio "Santa Marina la travestita", (Sellerio). Clugny, che ha studiato numerosi testi, indi­cherebbe un resoconto piuttosto veritiero nella versione latina rac­colta da Rosweyde. Ma non importa se gli agiografi si sono affan­nati dietro molteplici ricostruzioni, talvolta confuse, Marino è esi­stita davvero.

Il culto cattolico l'onora come una santa. Marino ha accettato un fardello ingombrante, quello del travestimento, probabilmente per amore del padre, all’inizio, e poi per amore di Dio. Eppure in lei si agitava un'inquietudine incerta, trop­po vaga per una definizione. Perché comunque la questione femminile – meglio, del femminile – è cruciale nella sua vicenda. Difficile, qui, non pensare a Orlando, il personaggio radioso e inquieto che compie "una migrazione nei sessi e nei secoli" sperimentando l'e­stasi dell'amore, le ipocrisie e i privilegi dell'intelletto, le avventure in terre straniere. La bizzarra creatura nasce uomo alla fine del XVI secolo e nel corso del tempo diventa donna, oscillando con agio fra l'uno e l'altro sesso. Vive come un personaggio bisessuale e dunque completo, capace di ogni emozione e ragionamento. In lui coesistono il masco­lino e il femminino; incarna quindi la mente androgina tanto auspicata da Virginia Woolf. L'individuo che la possedesse raggiungerebbe la perfezione in quanto mai vincolato dall'appartenenza a un solo genere sessuale. Solo così sarebbero consentite sensazioni e perce­zioni altrimenti impossibili. Orlando nasce da una fantasia lettera­ria; è uomo e donna allo stesso tempo, oppure né uomo né donna. È libero, semplicemente.

Non a caso Vita Sacwille-West, la donna che ispirò alla Woolf il personaggio in questione, si aggirava – divertita e beffarda – per le strade londinesi in compagnia delle sue amanti. Chi avrebbe rico­nosciuto in lei l'elegante consorte del diplomatico Harold Nicolson? Curava il giardino vestendo pesanti abiti maschili, poi partecipava a pranzi e ricevimenti indossando elegantissimi abiti di taffetà.

Ma per Marino è diverso. Il suo travestimento è forzato. Infatti, deve aggirare le frontiere sessuali perché non può fare altrimenti. Non è libera come Orlando, e non ha neppure l'indole ribelle di Vita, segnata dall'insofferenza per i ruoli definiti. Marino deve piegarsi alle imposizioni di una Chiesa che vieta i monasteri alle donne, negando per sempre la sua identità sessuale. Un compro­messo estremo a cui non rinuncia mai, neanche davanti a un casti­go immeritato.
Ma il suo atteggiamento trattiene anche una certa ambiguità. Cacciata dai frati, continua a far credere a tutti di essere un uomo. Neanche nella grotta, al riparo da sguardi intrusivi, smette i suoi panni abituali, quasi sia diventato impossibile accettare nuova­mente la sua natura femminile. E tuttavia il bambino da lei custo­dito suggerisce l'idea di una consolazione, di un ritorno a istinti troppo a lungo soffocati. Comunque sia, anche se rimane un'om­bra sulle motivazioni che l'hanno guidata, Marino ha dovuto accettare i dettami di un mondo declinato al maschile. Come molte altre donne, purtroppo, è subordinata a una realtà che la ordina e la definisce. Allora ecco il ricorso a stratagemmi necessari per entrare furtivamente nel territorio a lei vietato. Il corpo diventa un ostacolo, l'essere donna intralcia progetti e vocazioni. Nascondersi, però, più che un atto di ribellione significa accettare l'idea di un "secondo sesso" che non merita pari diritti. Anche per quanto riguarda la vita nei monasteri.

Da “Storie”, n. 30, marzo-aprile ’98, a. VII, pp. 24-27

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