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Writing therapy - Scrivere, il gesto che cura

 

 

Le parole sono suoni dell’anima. Sono uno dei modi in cui l’anima si esprime, da sempre.
Lo sanno bene i poeti. Lo sa chiunque conosca la forza terapeutica della parola per tirare fuori traumi, emozioni, per raccontarsi e liberarsi del passato. Con la  parola la psicoanalisi e le psicoterapie contribuiscono a metabolizzare perfino le ferite più gravi.
Perché  la  parola è collegata alle emozioni, alle sensazioni, serve a tirare fuori le parti nascoste di noi.

A differenza della parola “parlata”, la parola scritta lascia una traccia, si libera in un perimetro materiale ben definito.

Diventa così un deposito in cui lasciare i  bagagli inutili che ci portiamo dentro.
Ma dobbiamo essere disposti alla sincerità con noi stessi.
Nell’antichità le tradizioni orali usavano le storie per raccontare il mondo, educare le persone alla vita. Le favole, ancora oggi, sono un tesoro inesauribile di conoscenza.
Ma è con la nostra storia, che riusciamo davvero a cambiare.

Scrivere la propria storia, scegliendo con cura il linguaggio e le parole, aiuta a ri-conoscersi e dare un nuovo significato al proprio destino.
Ma non possiamosempre  farlo da soli, a volte abbiamo bisogno di uno specchio in cui rifletterci, uno specchio che ci aiuti a tirare fuori le emozioni per poi metterle su carta e condividerle in un percorso corale.
E’ questa la differenza fra il solipsismo narcisistico di molti scrittori e l’uso della storia, della narrazione, per arrivare a un contatto profondo con sé stessi da donare poi agli altri, in un gioco di specchi e rimbalzi.

Il senso è quello della non conservazione dei pesi  e della capacità di liberare nuove energie davanti a un foglio bianco, su cui il cliente - o il gruppo di lavoro-  scriverà un futuro immaginato per chiarirsi obiettivi e desideri.
Questo, invece, sarà conservato.
Scrivere il proprio passato, liberandosi del peso delle ferite,  è necessario per  ri-disegnare un futuro diverso.

La scrittura è una forma di terapia. Scrivere aiuta a “oggettivare” un vissuto, una sofferenza. Ẻ una di esorcismo. Ma scrivere aiuta anche a definire meglio noi stessi, a conoscerci e a misurare il nostro passo nel mondo. L’autobiografia è un elemento comune a moltissimi scrittori, che l’anno usata per raccontarsi e raccontare le loro inquietudini (basta pensare a Chatwin, e al suo modo scintillante di mescolare finzione e realtà, dato personale e avventura di viaggio). Ed è soprattutto un “esorcismo” che ci libera dei pesi, aiutandoci a stare meglio. Lo sappiamo fin da bambini, quando avevamo il nostro diario segreto.  Le ombre, allora, pesavano meno, diminuivano la loro minaccia. Ci sono sautoir che ci hanno regalato diari bellissimi, come quello di Anna Frank, si Etty Hillesum, di Virginia Woolf.

La forma della lettera, a noi stessi o a qualcun altro, ha valore catartico. Scrivere, insomma, è un atto terapeutico.
L’anima è intimamente connessa alla scrittura. Non a caso nelle leggende antiche il dio Mercurio (legato, appunto, alla scrittura e alla comunicazione) era il mediatore fra il cielo e la terra, fra gli uomini e gli dei. Sono solo simboli, ovviamente, che però sono ben radicati nell’inconscio collettivo da cui possiamo attingere ogni volta che cerchiamo nuove energie.


E non importa che l’anima sia intesa in senso cristiano, buddhista, gnostico, musulmano, ecc…L’anima è l’energia che ci connette a questo universo di infinite possibilità. E la scrittura è un ponte verso la libertà.



 

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