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Editoriale

I commenti di alcuni allievi

Pubblichiamo volentieri i commenti di alcuni allievi che hanno partecipato al corso intensivo.

 

Cara Francesca,

a esprimere giudizi positivi si finisce sempre nella vacua retorica, ma ho deciso di correre il rischio. Personalmente ho trovato il corso da te promosso interessante, utile e concreto. Giudizio dozzinale, ma credo che l’immaginario comune abbia fatto di questi aggettivi

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Editoria e Scrittura su Facebook

Il giorno in cui sono diventata Virginia Woolf

virginia

Sì, sono diventata Virginia Woolf. Almeno sul web. Quando? Il 21 febbraio 2012. Dove? Nella pagina Facebook La Stanza di Virginia, collegata anche alla rivista web  che dirigo. In questa  pagina scrivo liberamente, citando anche autori, a volte.

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Road book - letture di strada

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Leggere insieme: la comunità delle parole condivise scende in piazza e fa il giro di Roma.

 

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I quaderni del MDS

La mia Istanbul

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Viaggio di una donna occidentale attraverso la Porta d'Oriente

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Francesca Pacini a RAI1

Il blog

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scrivereImparare a scrivere? Come? Un desiderio di tanti. Per imparare a scrivere, bisogna prima imparare a leggere. Perché è lei, la vera grande maestra. Lei, la lettura. Non a caso, l’Italia è un paese mortificato dai dati di lettura, davvero deprimenti: il cinquanta per cento degli italiani legge un solo libro all’anno.

Il restante cinquanta è composto dai lettori “forti” (che sono una minoranza, tra il dieci e il dodici per cento) e quelli che leggono i best seller anglo-americani alla Dan Brown o alle… 50 sfumature di grigio.

“Come saremmo colti se conoscessimo bene cinque o sei libri” scriveva Flaubert. Già, se li conoscessimo bene. Invece i libri li conosciamo a malapena, perché la scuola non riesce a trasmettere l’amore per la lettura, la conoscenza profonda di quel “brivido che attraversa la colonna dorsale”, come diceva Nabokov, ma si ferma a una pedissequa richiesta di nozionismi antologici, di dissezionamenti accademici dei testi, inquadrati in scuole, autori, metriche, correnti….

E così impariamo presto, troppo presto, a concepire la cultura come qualcosa di noioso e distante. E perdiamo il colpo di fulmine per quell’avventura meravigliosa, imprevedibile, che è la lettura.

Perfino gli amanti dei libri spesso non riescono a entrare nel testo in profondità, memori forse di quelle inamidate  lezioni scolastiche in cui l’allievo viene incasellato e la letteratura imprigionata.

E chi non legge bene non potrà mai scrivere bene.

Mai.

Diffido delle scuole tecniche di scrittura creativa perché dimenticano il primo, essenziale passo: il recupero della didattica della lettura.

La prima, vera, unica e grande maestra.

Bisogna però imparare a lasciarsi andare al testo, abbandonarsi, entrare nelle parole, seguirne i percorsi con occhi stupiti e curiosi.

La lettura chiede sensibilità. Le parole sulla carta sono come le note della musica: vanno ascoltate, ne va percepita l’armonia profonda. Bisogna trovare gli accordi misteriosi, le risonanze. Ogni testo ha un suo ritmo, una sua specifica vibrazione. Le virgole ne rappresentano il tamburo battente, il ritmico incedere tra balzi in avanti, pause e rallentamenti. Gli avverbi e gli aggettivi scortano, illuminano i sostantivi, rischiarano la strada su cui corre l’immaginazione dello scrittore. Nel suo libro Le Vie dei Canti Bruce Chatwin narra della leggenda degli aborigeni australiani: un tempo lontano, ai primordi, uomini emersero dalla terra e cominciarono cantando a dare un nome al mondo, alle cose, alle terre.

Non è un caso. La musica, il canto sono strumenti che ci avvicinano alla comprensione della scrittura.

 

Ascoltare le parole, leggerle come si fosse davanti a una partitura musicale, aiuta tantissimo l’educazione dell’orecchio, che non è meno importante di quella dell’occhio, anche in questo contesto.

Dunque imparare a entrare nel testo vuol dire avvicinarlo in modo diverso da quello a cui ci hanno abituato, educando pian piano una diversa sensibilità. La grammatica e i dizionari sono utili, ma vanno in qualche modo mollati per navigare a vista nel mare delle vaste possibilità della letteratura.

“Le parole non vivono nei dizionari, vivono nella nostra mente”, scriveva Virginia Woolf ricordandoci quanto sia importante capirne i liberi movimenti, le alchemiche combinazioni che danno vita a un modo diverso di dare una forma al mondo. Le chiama “birichine”, “disordinate” perché liberi dalla maglia stretta in cui le confiniamo, da quella prevedibilità che impedisce ogni picco nella scrittura. “Il nostro inconscio è la loro privacy; la nostra ombra è la loro luce…Quella pausa è stata fatta, quel velo d’oscurità è stato calato per indurre le parole a unirsi in uno di quei matrimoni veloci che si traducono in immagini perfette e producono bellezza eterna”.

E per produrre quella bellezza eterna dobbiamo prima imparare a coglierla in tutte le sue sfumature.

Se avviciniamo quella bellezza nel giusto modo, attraverso la lettura impareremo anche a scrivere bene. O, quantomeno, a scrivere meglio.

La musica viene in nostro soccorso, dicevamo. E lo fa anche l’immaginazione. Imparare ad ascoltare e anche a vedere ciò che leggiamo. Le immagini che si formano nella mente non sono necessariamente le stesse che hanno animato quelle dello scrittore, ma un libro, in fondo, appartiene a chi lo legge, come diceva sapientemente Borges. E, a volte, per una felice combinazione, queste immagini coincidono perfettamente, e scrittore e lettore si fondono.

Dobbiamo cercarlo, lo scrittore, arrampicandoci sulle consonanti, rotolando nelle vocali, dondolandoci in una virgola, rischiarati dalla visione che si accompagna alle parole.

 E lì troveremo la storia.

Imparare a leggere un testo significa allenare orecchie, occhi, cuore e mente. Usare l’istinto e la poesia, piuttosto che il righello e la matematica. Significa cercare gli accordi dell’anima.

Lo stile può essere evocativo, descrittivo, ampio o frugale. Può percorrere diversi periodi o scandire la narrazione in una moltitudine di piccole frasi. Non importa. Il lettore accorto saprà cogliere  quella specifica sinfonia, unica e irripetibile. Già dall’incipit.

L’incipit. L’ingresso nella storia. Di fatto, l’incipit ci introduce in una storia che è già iniziata altrove, in qualche luogo fra cielo e terra, fra i sogni e le fantasie dello scrittore.

O i ricordi, a volte. Spesso  il lettore è catapultato all’interno di questa storia proprio nel momento di maggior tensione, come  nel caso di Delitto e castigo:All’inizio di un luglio straordinariamente caldo, verso sera, un giovane scese per strada dallo stanzino che aveva preso in affitto in vicolo S., e lentamente, come indeciso, si diresse verso il ponte K.
Sulle scale riuscì a evitare l’incontro con la padrona di casa. Il suo stanzino era situato proprio sotto il tetto di un’alta casa a cinque piani, e ricordava più un armadio che un alloggio vero e proprio. La padrona dell’appartamento, invece, dalla quale egli aveva preso in affitto quello stambugio, vitto e servizi compresi, viveva al piano inferiore, in un appartamento separato, e ogni volta che egli scendeva in strada gli toccava immancabilmente di passare accanto alla cucina della padrona, che quasi sempre teneva la porta spalancata sulle scale. E ogni volta, passandole accanto, il giovane provava una sensazione dolorosa e vile, della quale si vergognava e che lo portava a storcere il viso in una smorfia. Doveva dei soldi alla padrona, e temeva d’incontrarla”. O come nel caso di un altro incipit memorabile, quello di Cent’anni di solitudine: “Molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel pomeriggio remoto in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio”.  Altre volte invece entriamo nella storia in punta di piedi, attraverso le riflessioni di uno dei protagonisti: “Quando la madre del poeta si domandava dove il poeta era stato concepito, si presentavano solo tre possibilità: o una sera sulla panchina di un giardino pubblico, o un pomeriggio nell’appartamento di un collega del padre del poeta, oppure una mattina in un posticino romantico nei dintorni di Praga.” (La vita è altrove, di Milan Kundera)

Per molto tempo mi son coricato presto la sera”, ci racconta Proust lasciandoci entrare gradualmente nella sua Ricerca del tempo perduto, fino a che non ci perderemo, insieme a lui, nella vertigine delle analogie che abbattono la dimensione ordinaria della realtà.

Ma negli incipit c’è anche la fecondità descrittiva di un Ėmile Zola, con il suo Nanà: “Alle nove, la sala del teatro delle Variétés era ancora vuota. Poche persone in balconata e nelle prime file di platea aspettavano, sperdute nelle poltrone di velluto color granato, sotto la mezza luce del lampadario a fiamma abbassata. La grande macchia rossa del sipario annegava nell’ombra; non un rumore veniva dal palcoscenico, la ribalta era spenta, i leggii dei suonatori sparsi qua e là.” Personalmente, ho sempre amato molto gli ingressi forti, in cui il protagonista non è annunciato. Ingressi a volte quasi feroci, stranianti, come il famoso incipit kafkiano: “Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa, si trovò trasformato in un enorme insetto.

Quante volte ci siamo fermati sulla forza degli  incipit? Quante volte abbiamo fatto caso ai capoversi, luoghi in cui si respira un’aria diversa, come a grandi altitudini?

Ogni tassello della lettura compone uno scintillante mosaico, forma il tappeto su cui voleremo insieme al libro.

La lettura può essere riconquistata, innamorandosene perdutamente malgrado ci abbiamo scippato, a scuola, molti insospettati piaceri.

Dunque la didattica della lettura come primo elemento per scrivere bene, come grimaldello per forzare il baule dei tesori nascosti.

Una volta imparato a sentire perfino nei pori della pelle i nostri autori, conosceremo, per magica infusione, molti dei loro segreti, tramandati sulle ali della loro scrittura.

Non c’è tecnica narrativa che insegni  quanto l’emozione  data una profonda penetrazione di un testo. È faccenda sublime, sottile. Legata alla sensibilità, certo. Ma con alcune chiavi si può affinare.

Poi, solo allora, si arriva a provare, prudentemente, a scrivere. Cosa? Un romanzo, un racconto, un saggio. Perfino una poesia. “Di poeti veri ne nascono pochissimi, ogni secolo”, diceva Moravia al funerale di Pasolini. Sì. E Pasolini era un poeta vero. Oggi abbiamo invece tanti finti poeti, e finti scrittori.

L’Italia è un popolo di manoscrittari, un vero e proprio esercito che invade le redazioni delle case editrici. Di questi aspiranti scrittori, solo alcuni hanno frequentato la lettura con confidenziale piacere. E si vede.

Si vede non solo nella loro scrittura. Si vede nella società, nella politica. Si vede ovunque.

Imparare a leggere bene  vuol dire anche imparare a tradurre in un certo modo gli accadimenti del mondo, a decifrarne i codici, a paragonare, anticipare, credere o dubitare. Non svilupperemo mai una vera coscienza senza la capacità di leggere sul serio qualcosa. Oggi sgranocchiamo informazioni come fossero noccioline, e le scambiamo per conoscenza. L’esposizione emorragica a un quotidiano bombardamento di notizie impedisce qualunque seria metabolizzazione. È nella lentezza che si impara, non nella velocità.

E quando la letteratura diventa anche impegno sociale, racconto della verità, decodificazione delle trappole e delle illusioni che condiscono il nostro mondo, allora la lettura è anche più preziosa perché si trasforma coscienza civile, responsabilità. Perfino nei romanzi si cerca sempre ci capire il messaggio di un autore, che spesso, proprio usando la finzione, si impone con forza maggiore, aggirando i pregiudizi della mente. Come nel caso di Winkie, di Clifford Chase, storia bislacca, dolceamara, di un orsacchiotto (sì, un orsacchiotto di peluche, capace però di camminare, vivere, amare, desiderare, pensare) e delle sue disavventure, sempre in fuga, braccato dalla polizia che lo ha scambiato per un pericoloso terrorista. Una metafora della paura della diversità che, in realtà, si nasconde ancora dietro la bandiera della tolleranza e della democrazia. Essere diversi dunque coincide con il diventare minaccia.

Eccola, l’importanza della lettura come educazione. Può essere un romanzo, un racconto, un saggio. O, semplicemente, la lettura saggia, sapiente, di un giornale. Perché non basta informare, si deve imparare a discriminare, a separare il grano dalla crusca, a captare la realtà nascosta, a volte, dietro la realtà.

Eccolo, il paese che non legge. L’Italia affonda anche per questo, affonda per la sua profonda, abissale ignoranza che impedisce un’evoluzione concreta. E così, davanti al primo imbonitore di turno, il gregge di pecore si aggrega senza pensare. I risultati sono tangibili. Il fallimento della società non a caso coincide anche con il fallimento della cultura, che però  può essere recuperato solo con un atto eversivo. E il vero atto eversivo, ribelle, è il guardarsi dentro, cercando strumenti in grado di farci arrivare in fondo alle cose, senza restare nella superficie. I cenacoli per pochi eletti che hanno costituito per anni il riparo degli  intellettuali, avulsi dalla realtà, quella stessa realtà che Pasolini invitatav invece a vivere, capire, “sporcandosi le mani”, come diceva. Sporcandole nel fango delle cose quotidiane, dei corpi sudati che lavorano, che dalla massa cercano di estrarre una fiaccola che illumini la via. Sporcandole nel fango della politica, impossibile da evitare perché “ogni passo, ogni gesto che fai è un passo, un gesto politico”, come dice la Szymborska in una sua bellissima poesia. Non si può vivere sempre guardando altrove, puntando lo sguardo sui terreni immacolati della letteratura sofisticata, delle finzioni che ci conducono in terre lontane sollevandoci dalla grevità della materia. La materia ci chiama, ha bisogno di noi, è la terra rossa di Adamo da cui non possiamo prescindere. Né poeti, né romanzieri. Gli intellettuali hanno un compito preciso, e per farlo possono anche ricorrere all’immaginazione, ma non possono sottrarsi al confronto con la realtà che ci circonda. Anzi, devono aiutare i lettori a capirla.

E torniamo di nuovo al punto cruciale: la lettura. Diventare scrittori richiede, innanzitutto, di diventare lettori. Eccellenti, ottimi lettori. Penetranti come la lama di un coltello, leggeri come una nuvola in cielo.

Quando avremo afferrato l’architettura delle parole e dei contenuti, sia manifesti che nascosti, allora potremo affrontare la  nostra scrittura, e la nostra storia.