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Editoriale

I corsi di editoria oggi: il mondo digitale

Chi lavora in editoria vede  questo mondo cambiare in continuazione.  La crisi del libro procede, ma allo stesso tempo il mondo digitale offre nuove opportunità. Alcune realtà  stanno implodendo ma altre stanno nascendo. Smettiamola di fare gli schizzinosi verso i kindle e le autopubblicazioni, cerchiamo invece di capire come cambiano le cose e cerchiamo soprattutto di salvare la lettura, in qu

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Sulla scrittura

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Dicono di noi

Il giorno in cui sono diventata Virginia Woolf

virginia

Sì, sono diventata Virginia Woolf. Almeno sul web. Quando? Il 21 febbraio 2012. Dove? Nella pagina Facebook La Stanza di Virginia, collegata anche alla rivista web  che dirigo. In questa  pagina scrivo liberamente, citando anche autori, a volte.

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Road book - letture di strada

Leggere insieme: la comunità delle parole condivise scende in piazza e fa il giro di Roma.

 

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I quaderni del MDS

Manoscritti d'autore

La mia Istanbul

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Viaggio di una donna occidentale attraverso la Porta d'Oriente

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Francesca Pacini a RAI1

Il blog

Sulla scrittura

 

borges

Se si capisce la profondità di queste parole è impossibile non rimanere trafitti. Borges, una vertigine senza fine.

"Abele e Caino s'incontrarono dopo la morte di Abele.
Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano, perché erano ambedue molto alti. I fratelli sedettero in terra, accesero un fuoco e mangiarono.
Tacevano, come fa la gente stanca quando declina il giorno. Nel cielo spuntava qualche stella, che non aveva ancora ricevuto il suo nome.
Alla luce delle fiamme, Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra e lasciando cadere il pane che stava per portare alla bocca chiese che gli fosse perdonato il suo delitto.
Abele rispose:
-Tu hai ucciso me, o io ho ucciso te? Non ricordo più: stiamo qui insieme come prima.
-Ora so che mi hai perdonato davvero, -disse Caino, -perché dimenticare è perdonare. Anch'io cercherò di scordare.
Abele disse lentamente:
-È così. Finchè dura il rimorso dura la colpa."

 

Mi ricordo all’improvviso di quando ero bambino e vedevo, come non posso vedere oggi, il mattino che sfavillava sulla città. Essa allora non sfavillava per me, ma per la vita, perché io allora, non essendo cosciente, ero la vita.

Vedevo il mattino e sentivo allegria; oggi vedo il mattino e sento allegria e divento triste.

Il bambino è rimasto, ma è ammutolito.

Vedo come vedevo, ma dietro agli occhi mi vedo mentre vedo; e questo basta a oscurarmi il sole e a far diventare vecchio il verde degli alberi e a fare appassire i fiori prima che fioriscano.

(Il libro dell'inquietudine, Fernando Pessoa)

Sì. La sensibilità dolorosa di Pessoa, pensatore impietoso, profondo, che osserva la Sfinge della vita senza evadere l’eterna domanda, ci regala – in questo libro straziante ma imprescindibile – riflessioni sulla necessità di esistere malgrado i nostri rifiuti.

E la sua penna vola per atterrare nella radura dell’infanzia, in cui  intercetta il brulicare della vita prima che la vita stessa si separi, staccandosi dall’uomo come fa la donna che rimane a fissare, in una stazione, quel finestrino del treno in partenza la cui progressiva velocità sfuma e scompone i tratti del volto amato, d’ora in poi vivo solo nella memoria ebbra delle congiunzioni carnali.

Quando siamo piccoli facciamo l’amore con l’esistenza. Siamo amanti implacabili, ineffabili, che non si sforzano di catturare perché già sono,non hanno bisogno di possedere trattenendo con sforzo il mondo per paura che fugga via.

Una volta adulti, ci trasciniamo dietro il ricordo di quando il mondo era,e non sembrava.

Lo appoggiamo sul nostro carretto, un po’ come fa la Morte nel Settimo Sigillo di Bergman, fino al giorno in cui non sarà restituito alle stelle.

Non c’è solo il gaio fanciullo celebrato da Pascoli, accanto a lui vive anche il fanciullo  su cui scende la malinconia,  come neve in primavera.

La neve è l’ingresso della separazione del soggetto dall’oggetto, l’allontanamento da quel mondo primitivo di fusioni in cui i confini ancora non ci hanno separato da quella primavera del mondo che in sé unisce ogni cosa.

Il bambino è rimasto, ma è ammutolito.

E la sua bocca cerca di bisbigliare un segreto che tanto tempo fa conoscevamo.

Ritrovare quel tempo significherebbe tornare all'aurora che tutti noi fummo. 

 

Francesca Pacini

 

terzani

Eppure un giorno la politica dovrà ricongiungersi con l'etica se vorremo vivere in un mondo migliore: migliore in Asia come in Africa, a Timbuctu come a Firenze. A proposito, Oriana. Anche a me capita che, come ora, ogni volta che ci passo, questa città mi fa male e mi intristisce. Tutto è cambiato, tutto è involgarito. Ma la colpa non è dell'Islam o degli immigrati che vi si sono installati. Non sono loro che hanno fatto di Firenze una città bottegaia, prostituta al turismo! E' successo dappertutto. Firenze era bella quando era più piccola e più povera. Ora è un obbrobrio, ma non perchè i musulmani si atteando in piazza del uomo, perché i filippini si riuniscono il giovedì in piazza Santa Maria Novella e gli albanesi ogni giorno alla stazione. E' così perché anche Firene si è "globalizzata", perché non ha resistito all'assalto di quella forza che, fino a ieri, parea irresistibile: la forza del mercato.

Nel giro di due anni da una bella strada del centro, via Tornabuoni, in cui fin da ragazzo mi piaceva andare a spasso, sono scomparsi una libreria storica, un veccio bar, una tradizionalissima farmacia e un negozio di musica. Per far posto a che? A tanti negozi di moda.

Credimi, anche io non mi ci ritrovo più.

Per questo sto anchìio ritirato, in una sorta di baita nell'Himalayua indiana dinanze alle più divine montagne del mondo. Passo ore, da solo, a guardarle, lì amestose e immobili, simbolo della più grande stabilità, eppure anche loro, col passare delle ore, continuamente diverse e impermamenti come tutto nell'universo.

La natura è una grande maestra, Oriana, e bisogna ogni tanto tornare a prendere lezione.

Tornaci anche tu.

Chiusa nella scatola di un appartamento dentro la scatola di un grattacielo, con dinanzi grattacieli pieni di gente inscatolata, finirai per sentirti sola davvero; sentirai la tua esistenza come un accidente e non come parte di un tutto molto, molto più grande di tutte le torri che hai davanti e di quelle che non ci sono più.

Guarda un filo d'erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la rabbia.

Ti saluto, oriana, e ti auguro di tutto cuore di trovare la pace. perché se quella non è dentro di noi non sarà mai da nessuna parte.

(Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra)

giornalismo

Il giornalismo narrativo è un "genere" particolare, a metà, appunto, fra giornalismo e narrativa.

Il capostipite è Truman Capote, che nel suo A sangue freddo, del 1965, conduce un'investigazione giornalistica in forma di racconto.

Non si tratta certo di un giornalismo facile, perchè bisogna raccontare i fatti unendo alla precisione la forza del talento espressivo. Un mix particolare, questo, che rappresenta una sorta di marcia in più.

Perchè si racconta il mondo, si raccontano i fatti, e per farlo si usa l'arte della narrazione. Decisamente più stimolante rispetto al solipsismo narcistista di certi scrittori chiusi nel loro mondo.

Spesso, anche nel nostro paese, i giornalisti hanno mescolato il loro fiuto, la loro lucidità, alla forza della scrittura. Basta pensare a Pasolini, a Terzani, alla Fallaci (tanto per fare qualche esempio).

In America Latina, Gabriel Garcia Màrquez ha usato il giornalismo per raccontare la realtà in cui hanno preso forma le manifestazioni più belle della sua immaginazione letteraria: il Taccuino di cinque anni raccoglie diversi articoli, pubblicati settimanalmente, in cui si coglie tutto il talento di una scrittura che sa oscillare tra resoconto fedele  e ricorso alla magia della penna.

Peccato che, oggi, non siano molti gli esempi validi, specie nel nostro paese.

Ma ci sono. E ne parleremo prossimamente.

 

 

 

IncipitLa scrittura dell’incipit è fondamentale. Gli autori sanno bene che, quando sottopongono il loro testo a una casa editrice, sarà l’incipit a determinare il primo, fondamentale, impatto con l’opera.

Un incipit infelice non invita a continuare.  Anzi, allontana – a volte irrimediabilmente – dal proseguimento della lettura.

Se non siamo famosi, se non abbiamo un nome autorevole, dobbiamo essere consapevoli del fatto che la redazione non proseguirà necessariamente la lettura dopo un esordio poco promettente.

In fondo, anche noi, quando scegliamo un libro, facciamo spesso gli stessi gesti: controlliamo la quarta di copertina e poi  scorriamo le prime righe del magico incipit.

L’incipit deve essere forte, convincente.

Se, quando scriviamo, l’ispirazione per cominciare non arriva subito, meglio allora fermarsi, e tornarci sopra più avanti, proseguendo con il resto del testo.

Chi scrive sa come il lavoro di lima e cesello, una volta terminata l’opera, imponga una revisione poderosa, incessante. Il perfezionamento coinvolge, ovviamente, anche l’incipit.

Finche non siamo sicuri che sia nella sua forma migliore non dobbiamo smettere di scrivere e riscrivere, mai.

Ci sono incipit che hanno fatto la storia della letteratura. Ne citeremo e ne analizzeremo alcuni, nel corso di questi incontri.

Intanto, cominciamo a pensare: quali sono gli incipit che ci hanno colpito di più, e perché?

Scopriremo che a volte si tratta della potenza evocativa, altre dalla curiosità con cui inizia una storia, altre ancora dalla bellezza – pura, semplice – della scrittura.

Ragionando sugli incipit con attenzione si impara molto, e si migliora la propria scrittura

 

(La forza dell’incipit parte II)

 

 

 

 

incipit

L'incipit è fondamentale.

Nel caso di un romanzo, si tratta dell'ingresso in una storia che, di fatto, è già iniziata altrove. Infatti entriamo, a volte in punta di piedi, alte volte letteralmente catapultati, nelle vite dei protagonisti che impararemo a conoscere.

Chi scrive conosce bene l'ìimportanza strategica dell'incipit.

Nelle prime venti, trenta righe a volte ci si gioca addirittura un lettore. Chi di noi, in libreria, non ha comprato un libro perché è stato folgorato dall'inizio, dalle prime frasi?

Certo, l'incipit rispettare poi il resto del testo. Non può tradire le aspettative del lettore. Ciò che annusiamo nelle prime righe va poi mantenuto per tutto il romanzo.

Chi lavora in editoria è abituato a studiare gli incipit, a valutarne la forza, l'impatto.

Ma anche la semplice, buona abitudine di lettori può affinare la nostra sensibilità.

Per iniziare a entrare nel mondo degli incipit, possiamo domandarci se abbiamo mai fatto caso alle diverse tipopolgie che possiamo incontrare.

Ci sono incipit descrittivi, altri che invece iniziano subito in modo immediato, senza quasi, a volte, introdurre i personaggi e le situazioni.

E poi ci sono gli inicipit famosi, quelli che hanno fatto la storia della letteratura.

Inizieremo a esplorarne qualcuno per meglio comprendere questo strumento prezioso, sia per lo scrittore che per l'editor. E, ovviamente, per il destinatario finale: il lettore.

 

Francesca Pacini

(fine parte 1 - se vuoi essere informato sugli aggiornamenti di questa sezione iscriviti alla newsletter)

 

 

 

di Virginia Woolf

(Estratto da un saggio che apparve per la prima volta sul New York Herald Tribune il 7 novembre 1926)

 

Ma se questa sensibilità è una delle condizioni della vita del romanziere, è ovvio che tutti gli scrittori i cui libri sopravvivono al tempo abbiano imparato a padroneggiarla e a renderla funzionale ai loro propositi. Hanno finito di bere il vino, hanno pagato il conto e se ne sono andati, da soli, in qualche stanza solitaria dove, con fatica e indugio, talvoltain agonia (come Flaubert), tra ansia e conflitti, o in modo tumultuoso (come Dostoevskij) hanno saputo padroneggiare le loro percezioni, le hanno condensate e trasformate nel tessuto della loro arte.

Questo processo di selezione è talmente drastico che spesso nella fase finale del capitolo scritto non troviamo nessuna traccia della scena da cui è scaturito. Perché in quella  stanza solitaria, la cui porta i critici tenteranno eternamente di aprire, si verificano i processi più strani. La vita viene sottoposta a migliaia di prove e di esercizi. Viene tenuta a freno; viene uccisa. Viene mischiata a questo, addensata con quello,contrastata con quest’altro; così, quando dopo un anno avremo la nostra scena al caffè, i segni della superficie per cui la ricordavano sono scomparsi. Dalla foschia emerge qualcosa di consistente, qualcosa di forte e resistente, l’osso e il midollo su cui si fondava il flusso di disordinate emozioni.

(…)

Per sopravvivere al tempo, ogni frase deve avere, al suo centro, una scintilla di fuoco, ed è questa che lo scrittore, per quanto corra il rischio di bruciarsi, deve cogliere dalla fiamma con le mani. la condizione del romanziere è quindi precaria. Egli deve esporsi alla vita; deve correre il pericolo di essere sedotto e trascinato dai suoi inganni; deve strapparle il tesoro e lasciare che i suoi scarti vadano al macero. ma a un certo punto deve lasciare la sua compagnia e ritirarsi, da solo, in quella stanza misteriosa dove il suo corpo rimane come irrigidito e immobilizzato da processi che, per quanto eludano il critico, mantengono per lui un fascino profondo.

 

Estratto da un saggio che apparve per la prima volta sul New York Herald Tribune il 7 novembre 1926

sulla scritturaLo scrittore – e questa è la sua diversità e il suo continuo rischio – è tremendamente esposto alla vita. Altri artisti, almeno in parte, se ne ritraggono: per settimane intere si chiudono in una stanza con un piatto di mele e una scatola di colori, con un rotolo di carta da musica e un pianoforte. E quando ne riemergono è per dimenticarsene e distrarsi. Ma il romanziere non se ne dimentica e raramente si distrae. Si versa da bere e si accende una sigaretta, gode presumibilmente di tutti i piaceri della tavola e della conversazione, ma sempre con la sensazione di essere continuamente sollecitato e dominato dall’oggetto della sua arte. Il gusto, il movimento, il suono di qualcosa, una parola udita qui, un gesto colto lì, un uomo che entra, una donna che esce, perfino l’automobile che attraversa la strada e il barbone che si trascina sui marciapiedi, e i rossi, i blu, le luci e le ombre della scena che lo circonda richiedono la sua attenzione e suscitano la sua curiosità. Non smette mai d ricevere impressioni più di quanto un pesce in mezzo all’oceano possa evitare che l’acqua gli entri nelle branchie.

Ma se questa sensibilità è una delle condizioni della vita del romanziere, è ovvio che tutti gli scrittori i cui libri sopravvivono al tempo abbiano imparato a padroneggiarla e a renderla funzionale ai loro propositi. Hanno finito di bere il vino, hanno pagato il conto e se ne sono andati, da soli, in qualche stanza solitaria dove, con fatica e indugio, talvolta in agonia (Flaubert), tra ansie e conflitti, o in modo tumultuoso (come Dostoevskij) hanno saputo padroneggiare le loro percezioni, le hanno condensate e trasformate nel tessuto della loro arte.

(parte I, segue)

Dipinsi un quadro – cielo grigio – e lo mostrai a mia madre.

Lei disse bello, suppongo.

Così ne dipinsi un altro, tendendo il pennello tra i denti,

Guarda mamma, senza mani. E lei disse

Suppongo che verrebbe apprezzato da qualcuno che sapesse

Il modo in cui lo hai dipinto e fosse inetressato alla pittura.

Io non so sono.

Suonai un assolo col clarinetto del Concerto Per clarinetto di Gounod

Con la Filarmonica di Buffalo. Mamma venne ad ascoltare e disse

Bello, suppongo.

Così lo suonai con la Sinfonica di Boston,

Sdraiata e usando gli alluci,

guarda mamma, senza le mani. E lei disse

Suppongo che verrebbe apprezzato da qualcuno che sapesse

Il modo in cui lo hai suonato e che fosse interessato alla musica.

Io non lo sono.

Preparai un soufflé alla mandorla e lo offrii a mia madre

Disse buono, suppongo.

Così ne preparai un altro usando il fiato per montarlo.

Glielo servii con i gomiti

Guarda mamma, senza le mani. E lei disse

Suppongo che verrebbe apprezzato da qualcuno che sapesse il modo in

cui lo hai preparato e che fosse interessato alla cucina

Io non lo sono.

Così disinfettai i polsi, eseguii l’amputazione, gettai

Le mani e andai da mia madre, ma prima che potessi dire

Guarda mamma, senza mani, lei disse

Ho un regalo per te e insistette perché io provassi

I guanti di capretto blu per accertarsi che fossero della mia

misura.

(Cynthya Macdonald, Complimenti)

scritturaPer scrivere bisogna amare, e per amare bisogna capire, John Fante

Il mistero della scrittura è che in essa non c’è alcun mistero, José Saramago

Se le parole hanno un significato preciso, non dobbiamo cadere nell’errore di usarle con opportunismo e inesattezza, Juan Goytisolo

Una persona è un poeta se le difficoltà insite nella sua arte gli suggeriscono delle idee. Se invece lo privano di idee, allora vuol dire che non è un poeta, Paul Valéry

Prima che a scrivere, imparate a pensare, Nicolas Boileau

Tutti gli usi della parola a tutti non perché tutti siano artisti ma perché nessuno sia schiavo, Gianni Rodari

E’ più difficile scrivere un rapporto di 20 righe che uno di 20 pagine, Dwight David Eisenhower

Chi ha da dire qualcosa di nuovo e di importante, ci tiene a farsi capire. Farà perciò tutto il possibile per scrivere in modo semplice e comprensibile. Niente è più facile dello scrivere difficile, Karl Popper

Una mente vivace e tranquilla non vede nulla che non le piaccia; e può essere soddisfatta anche senza vedere nulla, Jane Austen,

Una persona che sa scrivere una lunga lettera con facilità non può scrivere male, Jane Austen

Le parole sono tutto ciò che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste, Raymond Carver

Gli scrittori non sono esattamente persone. O, se sono qualcosa di buono, sono un intero gruppo di persone che cerca davvero duramente di essere una persona, Francis Scott Fitzgerald

Se vuole scrivere romanzi una donna deve avere del denaro e una stanza tutta per sé, Virgina Woolf

Un uomo che legge ne vale due, Valentino Bompiani

eco1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.

2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, ma lo si usa quando necessario.

3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.

4. Esprimiti come ti nutri.

5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.

6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.

7. Stai attento a non fare... indigestione di puntini di sospensione.

8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.

9. Non generalizzare mai.

10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.

11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”

12. I paragoni sono come le frasi fatte.

13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).

14. Solo gli stronzi usano parole volgari.

15. Sii sempre più o meno specifico.

 

Italo CalvinoLeggere per la prima volta un grande libro in età matura è un piacere straordinario: diverso (ma non si può dire maggiore o minore) rispetto a quello di averlo letto in gioventù. La gioventù comunica alla lettura come ad ogni altra esperienza un particolare sapore e una particolare importanza; mentre in maturità si apprezzano (si dovrebbero apprezzare) molti dettagli e livelli e significati in più. Possiamo tentare allora quest’altra formula di definizione:

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NabokovÈ lui – il buon lettore, l’eccellente lettore – che ha salvato più e più volte l’artista dalla distruzione per mano degli imperatori, dei dittatori, dei preti, dei puritani, dei filistei, dei politici, dei poliziotti, dei direttori delle poste e dei pedanti. Mi si permetta di definire questo ammirevole lettore. Non appartiene a una nazione o a una classe specifica.

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 Cosa pensa degli scrittori che hanno intrapreso la carriera accademica? Crede che la maggior parte di loro, di quelli che insegnano, abbia compromesso la propria attività letteraria?

Chi scrive e insegna dovrebbe essere in grado di fare tutte e due le cose, e molti bravi scrittori hanno dimostrato che è possibile. Io so che non ne sarei capace, e ammiro quelli che invece ci riescono. Però penso che la vita accademica possa limitare l’esperienza esterna e quindi la conoscenza del mondo. Tuttavia la conoscenza richiede molta responsabilità da parte dell’autore e rende più difficile la scrittura. Cercare di scrivere qualcosa che abbia valore permanente comporta un impegno a tempo pieno, anche se la scrittura vera e propria occupa solo alcune ore del giorno. Si può paragonare lo scrittore a un pozzo. I pozzi, come gli scrittori, possono essere di vario tipo: la cosa importante è che abbiano acqua buona, e che se ne tiri su un po’ alla volta, con regolarità, anziché svuotare completamente il recipiente nell’attesa che si riempia di nuovo.

A un giovane scrittore consiglierebbe il giornalismo? È stato utile per lei lavorare al “Kansas City Star”?

Per lo Star si doveva scrivere imparando a usare frasi semplici ed esplicative. E questo è utile per chiunque. Lavorare per un quotidiano non fa certo male a un giovane scrittore, e di sicuro gli può servire, a patto che se ne tiri fuori in fretta.

Una volta, sulla “Transatlantic” Review, che la sola ragione per cui valga la pena fare giornalismo è che si viene pagati profumatamente. Lei ha detto: “Quando, scrivendone, distruggete le cose che per voi hanno valore, dovete pretendere che almeno vi diano un mucchio di soldi”. Pensa che la scrittura sia una sorta di autodistruzione?

Io non credo che la scrittura conduca all’autodistruzione, nonostante il giornalismo possa essere, da un certo punto in poi, autodistruttivo per chiunque si consideri un autore serio.

Pensa che frequentare altri scrittori sia uno stimolo intellettuale valido?

Certamente.

Nella Parigi degli anni Venti avevate la sensazione di appartenere a un gruppo di scrittori e di artisti?

No, non ci sentivamo parte di un gruppo. Ci stimavamo. Io avevo grande stima di un sacco di artisti, alcuni dei quali erano dei miei coetanei, altri più anziani: Gris, Picasso, Braque, Monet, che allora era ancora vivo. E anche di certi scrittori: Joyce, Ezra, la Stein dei tempi migliori…

Quando scrive si sente mai influenzato da quello che sta leggendo?

Non da quando Joyce ha scritto l’Ulisse. La sua non è stata un’influenza diretta. Ma in quel periodo, quando le parole che conoscevamo ci erano proibite e dovevamo batterci per ogni singolo vocabolo, il suo lavoro ha cambiato qualsiasi cosa e ci ha permesso di abbattere le limitazioni.

Lei ha mai imparato qualcosa sulla scrittura grazie ad altri scrittori? Ieri mi diceva che Joyce, per esempio, non sopportava di parlare di scrittura.

Quando ci si ritrova con persone dell’ambiente di solito si parla dei libri degli altri. Più uno scrittore è bravo, meno parla di quello che ha scritto. Joyce era un grande scrittore e avrebbe spiegato il suo lavoro soltanto agli idioti, perché era convinto che quelli di cui aveva una buona considerazione fossero in gradi di capirlo semplicemente leggendo i suoi libri.

Negli ultimi anni sembra che lei abbia evitato di frequentare altri scrittori. Perché?

Questa è una faccenda più complicata. Più ci si addentra nella scrittura, più si rimane soli. Gli amici più cari, quelli di lunga data, scompaiono. Altri se ne vanno. Ci si vede raramente, ma ci scriviamo, teniamo i contatti come quando, ai vecchi tempi, ci incontravamo al caffè. Ci scambiamo lettere spassose, talvolta indecorose e irresponsabili, ed è quasi come vedersi per chiacchierare. Ma siamo molto più soli, perché questa è la misura dello scrivere, e il tempo per scrivere si assottiglia sempre di più e quando l’hai perso capisci d’aver commesso un errore imperdonabile.

Non abbiamo ancora parlato dei personaggi. I protagonisti delle sue storie sono sempre ispirati a persone che lei ha conosciuto?

Ovviamente no. Questo vale solo per alcuni, certo, ma di solito invento i personaggi sulla base della mia esperienza, di ciò che conosco e di quanto ho capito della gente.

Lei distingue, come fa E.M.Forster, tra personaggi “piatti” e personaggi “a tutto tondo”?

Quando si prova a descrivere qualcuno, ne esce un’immagine piatta, come una fotografia, e dal mio punto di vista non si è ottenuto niente di buono. Se invece lo si costruisce mettendo insieme tutto quello che si conosce di lui, il personaggio acquista profondità.

I titoli le vengono in mente mentre sta scrivendo la storia?

No. Dopo aver finito il racconto o il romanzo faccio una lista dei titoli possibili, a volte arrivo anche a cento. Poi comincio a eliminarne, magari finisco per scartarli tutti.

Fa così anche quando il titolo di un racconto è contenuto chiaramente nel testo?

Sì, al titolo ci penso in un secondo momento. A Prunier, dov’ero andato a mangiare le ostriche prima di pranzo, ho incontrato una ragazza che sapevo aveva avuto un aborto. Mi sono avvicinato e abbiamo iniziato a parlare, non di quello che le era successo, ma poi, tornando, ho ripensato alla sua storia, e quando sono arrivato a casa ho saltato il pranzo e ho passato tutto il pomeriggio a scrivere.

Quindi quando non scrive rimane un osservatore, alla continua ricerca di qualcosa che potrebbe tornarle utile.

Certo. Se uno scrittore smette di osservare è finito.  Però non serve che lo faccia consapevolmente, pensando che potrebbe servirgli.  Magari all’inizio è diverso, ma col tempo tutto quello che vede finisce nella grande riserva delle cose che ha osservato o che conosce.

Ammesso che possa interessare a qualcuno, io quando scrivo cerco sempre di seguire il principio dell’iceberg: i sette ottavi di ogni parte visibile sono sott’acqua. Tutto quello che conosco lo posso eliminare, tenere sommerso, così il mio iceberg sarà più solido. Diventerà la parte nascosta. Se però lo scrittore omette qualcosa proprio perché non la conosce, allora si noterà un grande buco nella storia. Il vecchio e il mare avrebbe potuto essere lungo più di mille pagine, avrei potuto sviluppare la storia degli abitanti del villaggio, come si guadagnano il pane, come sono nati, se hanno studiato, avuto figli, ecc. Ma questa è una scelta narrativa che altri scrittori sanno concretizzare in modo eccellente: quando si scrive, il limite consiste in ciò che altri hanno fatto egregiamente. Perciò ho cercato di provare con qualcosa di diverso. Prima di tutto mi sono sforzato di eliminare il superfluo e trasmettere un’esperienza che il lettore potesse percepire come propria, al punto da credere che sia davvero accaduta. È un’operazione difficilissima alla quale ho lavorato molto. Comunque sia, tralasciando i dettagli tecnici,  in quel caso ho avuto grande fortuna e sono riuscito a comunicare in tutti i suoi aspetti un’esperienza che nessuno aveva mai raccontato prima. La mia fortuna era propria avere tra le mani un brav’uomo e un bravo ragazzo, quando negli ultimi tempi gli scrittori si erano dimenticati dell’esistenza di personaggi di questo tipo. E oltre agli uomini c’era l’oceano, di cui vale altrettanto la pena di scrivere, quindi sono stato fortunato di nuovo. Conoscevo il modo in cui i marlin si accoppiano, per cui ho lasciato perdere. In quello stesso lembo di mare avevo visto un branco d’una cinquantina di balene, e una volta avevo tentato di arpionarne una lunga quasi novanta metri, ma non ce l’avevo fatta.  E così anche questa storia l’avevo messa da parte. In pratica ho lasciato fuori tutti i racconti che sapevo sul villaggio dei pescatori. Cioè la parte sommersa dell’iceberg.

tratto da un’intervista concessa alla “Paris Review”, oggi raccolta nel volume “The Paris Review – Interviste”, volume 1, edito in Italia da “Fandango Libri”.

Scrivo perché non ero dotato per il commercio, non ero dotato per lo sport, non ero dotato per tante altre, ero un poco…, per usare una fase famosa [di Sartre], l’idiota della famiglia… In genere chi scrive è uno che, tra le tante cose che tenta di fare, vede che stare a tavolino e buttar fuori della roba che esce dalla sua testa e dalla sua penna è un modo per realizzarsi e per comunicare.

Posso dire che scrivo per comunicare perché la scrittura è il modo in cui riesco a far passare delle cose attraverso di me, delle cose che magari vengono a me dalla cultura che mi circonda, dalla vita, dall’esperienza, dalla letteratura che mi ha preceduto, a cui do quel tanto di personale che hanno tutte le esperienze che passano attraverso una persona umana e poi tornano in circolazione. È per questo che scrivo. Per farmi strumento di qualcosa che è certamente più grande di me e che è il modo in cui gli uomini guardano, commentano, giudicano, esprimono il mondo: farlo passare attraverso di me e rimetterlo in circolazione. Questo è uno dei tanti modi con cui una civiltà, una cultura, una società vive assimilando esperienze e rimettendole in circolazione (1983).

Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa. In questo senso non c’è stata una “prima volta” in cui mi sono messo a scrivere. Scrivere è sempre stato cercare di cancellare quello che ho già scritto e mettere al suo posto qualcosa che ancora non so se riuscirò a scrivere.

Scrivo perché leggendo X (un X antico o contemporaneo) mi viene da pensare: “Ah, come mi piacerebbe scrivere come X! Peccato che ciò sia completamente al di là delle mie possibilità!”. Allora cerco di immaginarmi questa impresa impossibile, penso al libro che non scriverò mai ma che mi piacerebbe poter leggere, poter affiancare ad altri libri amati in uno scaffale ideale. Ed ecco che già qualche parola, qualche frase si presentano alla mia mente… Da quel momento in poi non sto più pensando a X, né ad alcun altro modello possibile. È a quel libro che penso, a quel libro che non è stato ancora scritto e che potrebbe essere il mio libro! Provo a scriverlo…

Scrivo per imparare qualcosa che non so. Non mi riferisco adesso all’arte della scrittura, ma al resto: a un qualche sapere o competenza specifica, oppure a quel sapere più generale che chiamano “esperienza della vita”. Non è il desiderio di insegnare ad altri ciò che so o credo di sapere che mi mette voglia di scrivere, ma al contrario la coscienza dolorosa della mia incompetenza. Il mio primo impulso sarebbe dunque di scrivere per fingere una competenza che non ho? Me per essere in grado di fingere, devo in qualche modo accumulare informazioni, nozioni, osservazioni, devo riuscire a immaginarmi il lento accumularsi dell’esperienza. E questo posso farlo solo nella pagina scritta, dove spero di catturare almeno qualche traccia d’un sapere o d’una saggezza che nella vita ho sfiorato appena e subito perso (1985).