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Editoriale

Scrivere, camminare.

Scrivere

Bruce Chatwin era un gran camminatore. E uno scrittore capace di affabulare, incantare con le sue storie di viaggi e paesi. Senza lasciarsi mai sfuggire l’estetica degli oggetti d’arte, a cui era morbosamente legato. Nomade inquieto (non a caso scrisse un libro intitolato “Anatomia dell’irre

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Il giorno in cui sono diventata Virginia Woolf

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Sì, sono diventata Virginia Woolf. Almeno sul web. Quando? Il 21 febbraio 2012. Dove? Nella pagina Facebook La Stanza di Virginia, collegata anche alla rivista web  che dirigo. In questa  pagina scrivo liberamente, citando anche autori, a volte.

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Road book - letture di strada

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Leggere insieme: la comunità delle parole condivise scende in piazza e fa il giro di Roma.

 

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I quaderni del MDS

La mia Istanbul

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Viaggio di una donna occidentale attraverso la Porta d'Oriente

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Francesca Pacini a RAI1

Il blog

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pino-scacciaLa Torre di Babele è il blog in cui Pino Scaccia - che non ha certo bisogno di presentazioni - racconta la devastazione prodotta dai conflitti armati, offrendo ai lettori i suoi appunti di viaggio, le notizie, le impressioni su un mondo che sembra andare alla deriva. Il giornalismo è uno strumento insostituibile per raccontare la verità. E lui ne ha fatto la sua voce che, con impegno e schiettezza, diffonde.

di Francesca Pacini




Pino, come resta libero un giornalista? Nel tuo blog scrivi che «se non diremo cose che a qualcuno spiaceranno, non diremo mai la verità»...

Spetta a noi la scelta. Non è difficile restare liberi, basta continuare a essere curiosi. E avere coscienza. Guai ad abbandonare la religione della notizia. Certamente è più facile farsi nemici, ma è anche esaltante sapere di aver dato fastidio a qualcuno, significa che hai sfiorato la verità.


Hai seguito tantissimi conflitti in tutto il mondo, fra cui la prima guerra del Golfo e la crisi dell'Afghanistan, oggi in primo piano negli scenari mondiali. Quale la "sottile linea rossa" di queste guerre?

C’è intanto una cosa che unisce le guerre: che sono tutte sporche, che non ci sono i buoni e i cattivi, e che nascono sempre per interesse, anche se talvolta sono mascherate da intenti più nobili. La differenza fra la prima e la seconda guerra del Golfo è che nel 1991 si è fatta politica (infatti non ha fatto quasi morti), adesso invece è una catastrofe, anche politica.

Come si fa a raccontare una guerra? Come si trasmette al lettore il senso di ciò che si sta vivendo?

Bisogna emozionarsi. Dare il senso di vivere dentro una tragedia, trasferire il senso della paura e del dolore. Non fare la conta dei morti, ma dar conto di come vivono (male) i vivi.

Emozione e ragione, pancia e cervello. Come le combini insieme nel tuo mestiere?

Con il mestiere, appunto. L’inviato non è che il tramite fra un evento e la gente. Devi portare tutti là, non facendoti trascinare dalla tua esperienza sul posto, spiegando razionalmente insomma cosa sta succedendo per far capire, ma anche non abbandonando mai l’anima.

I tuoi maestri?

Tanti, in vari periodi. Da tutti ho preso un po’. Ho avuto la fortuna di arrivare al Tg1 quando ancora i maestri c’erano. Certamente Roberto Morrione mi ha insegnato a fare il cronista, adesso è in pensione.

Il blog ha cambiato radicalmente il modo di raccontare le guerre. Nel tuo, seguitissimo, intervieni anche nello spazio dedicato ai commenti. Come ha cambiato il tuo modo di fare giornalismo?

Non è cambiato. Si è arricchito. Personalmente tengo molto al blog perché quello è proprio lo spazio dell’anima, dove non devo solo informare, ma posso anche pensare a me stesso, a raccontare le mie paure e i miei disagi. Dove posso esprimere le mie opinioni che, istituzionalmente, devono restar fuori nel mio lavoro alla Rai. Poi mi stimola il confronto, il mettermi in gioco, il sapere cosa pensano dall’altra parte.

Cosa diresti oggi ai giovani che sognano di fare i corrispondenti e gli inviati di guerra? Quale sarebbe il loro "zaino" ideale per questa partenza?

Dico spesso ai giovani che per diventare un bravo inviato le percentuali sono queste: 10 per cento di tecnica, 10 per cento di talento e 80 per cento di fatica. La tecnica si può acquisire, il talento è naturale, la fatica bisogna metterla in conto. E’ dura, giuro, spesso è molto dura. Ma, come dice una vecchia battuta, è sempre meglio che lavorare.


Approfondimenti:
www.pinoscaccia.com