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Editoria e Scrittura su Facebook

Il giorno in cui sono diventata Virginia Woolf

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Sì, sono diventata Virginia Woolf. Almeno sul web. Quando? Il 21 febbraio 2012. Dove? Nella pagina Facebook La Stanza di Virginia, collegata anche alla rivista web  che dirigo. In questa  pagina scrivo liberamente, citando anche autori, a volte.

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Road book - letture di strada

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Leggere insieme: la comunità delle parole condivise scende in piazza e fa il giro di Roma.

 

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I quaderni del MDS

La mia Istanbul

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Viaggio di una donna occidentale attraverso la Porta d'Oriente

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Francesca Pacini a RAI1

Il blog

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Editoriali

Riflessioni sugli universi letterari e sociali.

 

Flaubert scriveva "Come saremmo colti se conoscessimo bene soltanto cinque o sei libri".

Che significa?

Conoscere non è facile. Leggere non è facile.

Perchè troppo spesso ci distraiamo, corriamo veloci sulle pagine che invece richiedono accortezza, indagine, attenzione.

Non importa quale libro stiamo leggendo. Importa come leggiamo. Qui si gioca la differenza.

Per questo a volte leggiamo molto e  tuttavia non lo facciamo bene.

Leggere bene. Già.

La lettura è un'esperienza che può modificarci, se la viviamo davvero con ogni fibra del nostro essere.

Non a caso studi recenti hanno dimostrato che la lettura è in grado perfino di influenzare aree del cervello che si attivano davanti a un'esperienza vissuta come fosse "reale"..

Leggere è dunque vivere i libri. A patto che lo si faccia, appunto, per bene.

Bisogna arrivare a sentire quel "brivido sulla colonna dorsale" di cui tanto parla  Nabokov, maestro di scrittura e raffinato indagatore.

Come si comincia? Si comincia "ascoltando" ciò che leggiamo, educandoci a vedere, sentire, gustare, toccare.

La lettura è un'esperienza che coinvolge ogni nostro senso.

Guai a lasciare che i caratteri  depositati in quello spazio bianco rimangano così, come un corpo morto. Devono invece alzarsi in volo, vibrare, farsi materia vivente.

Ed ecco che allora la scrittura prende forma, vive in noi, ci arricchisce, ci fa crescere, ci rende migliori.

Ogni libro è un cammino.

Ogni libro è un'esperienza vissuta.

Ogni libro è un incontro con l'altro.

Ci sono libri che poi rimangono dentro di noi, come una memoria passata, e altri ai quali invece torniamo sempre, ogni volta con lo stesso desiderio, lo stesso stupore, la stessa meraviglia.

A me accade con Borges.

Ho sempre un suo libro accanto. E ogni volta che ne rileggo una pagina, ecco che l'emozione ritorna, aggiunge, scava nuovi spazi impensati, dà luogo a riflessioni inedite, diverse da quelle avute in precedenza.

Abbiamo tutti i nostri "libri magici", quelli che non finiscono mai.

Calvino diceva che i classici sono classici perchè non tramontano mai, sono sempre attuali.

Non possiamo sperare di innamorarci sempre di un libro, di avere sempre la fortuna di un colpo di fulmine.

I libri sono un po' come gli amori.

Ci sono quelli passionali, quelli più razionali. E poi ci sono gli amori tardivi, maturi, e quelli impetuosi della gioventù.

Ogni amore, però, lascia una traccia. Così come ogni libro.

L'imporante è leggere. Leggere bene.

 

 

editoria

 

Ho iniziato a insegnare tecniche di editoria e scrittura nel 2001.

All’epoca dirigevo l’agenzia letteraria Il Segnalibro. Cercavamo ragazzi in grado di fare le schede di valutazione. Dovevamo  anche rinnovare lo staff che si occupava di editing.

Ma mi rendevo conto che i laureandi, o laureati, non riuscivano a uscire dalle “gabbie accademiche” di un’università molto lontana, soprattutto allora, dal mondo professionale.

Esaminavano un testo come se dovessero fare un esame, non capivano la differenza fra l’approccio didattico che avevano loro insegnato e quello professionale, necessario in questo mestiere.

Fu così che pensai di fare un corso per redattori di case editrici e agenzie letterarie.

Fu il primo corso in Italia del genere: un taglio pratico, stages presso gli editori, professionisti del settore che tenevano le lezioni.

Fu un successo enorme, da nord a sud arrivavano frotte di allievi perché quello spazio professionale non era mai stato formato  adeguatamente.

Già da allora, però, non ho mai voluto fare test d’ingresso, chiudendo il corso quando il numero di allievi raggiungeva il numero previsto, il tetto fissato oltre il quale non volevo andare (la didattica prevede che gli allievi siano sempre seguiti, un numero alto non lo permette).

Perché questa scelta? Perché avevo già visto come molti consulenti brillanti non avessero una formazione specifica:  dopo un allenamento costante, volto al “saper fare”, riuscivano meglio di quelli con lauree e master.

Intendiamoci, la formazione universitaria è sempre utile. Ma non è determinante.

Negli anni, moltissimi allievi che oggi lavorano con successo nel mondo dell’editoria si sono formati senza nessuna laurea, o magari con lauree particolari, poco attinenti al settore.

Ne ricordo specialmente uno, che fuggiva dal mondo egli avvocati e che oggi dirige con successo una importante casa editrice.

Dunque è inutile fare test di ingresso. Alcuni li “usano” per mostrare che selezionano, in realtà basta una sana passione per la lettura, e un’assidua frequentazione con il mondo dei libri.

Il resto, lo si scopre “sul campo”.

Con molte sorprese.

L’esercizio e l’impegno personale contano tanto, tantissimo.

Alcuni  saranno più bravi nella correzione di bozze, che richiede precisione e lucidità, altri invece scopriranno di avere la sensibilità necessaria per lavorare come editor.

Si tratta di un viaggio, una scommessa.

Bisogna essere disposti a mettersi in gioco e imparare con umiltà.

Non servono né lauree ne test di ingresso.

Serve una immensa, gigantesca passione.

 

Francesca Pacini

 

 

leggere

 

Un paese che non legge è un paese che non cresce.

Un paese che non legge non sa discriminare.

Un paese che non legge è incapace di indagare la reatà, metterla alla prova graffiandone la superficie per guardare...un po' più un là.

Un paese che non legge non sa educare i suoi figli alle fiabe, al racconto che diventa meraviglia e saggezza.

Un paese che non legge è un paese incapace di dare un senso alle cose, di avere una visione.

allievi

Che deve fare, oggi, un ragazzo che vuole lavorare in editoria?

Intanto, rimboccarsi le maniche perché, onestamente, stiamo vivendo un momento di grande crisi.

L’editoria annaspa da molto tempo, la crisi, poi, ha travolto i già esigui  lettori.

Già. L’Italia è un paese che non legge. Si vede, no? Un paese che non legge è un paese che non educa, e che non ha educazione.

Nella (mal)educata Italia, il mondo editoriale affoga sempre di più.

Rinunciare, dunque?

No. Ma sapere alcune cose.

Sapere che esiste un mercato spietato, che fa fuori i più deboli, i più sensibili, i più attenti agli altri.

Una specie di selezione darwiniana, diciamo. Vanno avanti i bravi, bravissimi, che insieme alla preparazione hanno anche un certo “pelo sullo stomaco” se si tratta di fare le scarpe a un amico collega, vendersi per il prezzo più basso, accettare orari disumani e weekend domestici, bozze alla mano e portafoglio vuoto.

Questa è la verità. Ma si può.

Sapere che il redattore deve immolarsi per il lavoro che fa, vivere perennemente da precario,  sottopagato, è lo scotto che si paga per fare uno dei mestieri più belli del mondo.

Qualche fortunato riesce ad avere una vita più dignitosa, ma sono pochi.

Eppure, eserciti di ragazzi ogni anno si rivolgono alla formazione sperando di trovare il posto per un stage, almeno uno stage.

Ora, io insegno questo mestiere dal 2000. Prima era diverso, c’erano più spazi, più opportunità.

Ma ci credo, ci credo ancora. E credo soprattutto nella formazione del “nuovo redattore”, quella che porto avanti in aula e nei corsi online.

Altrimenti è inutile fare un corso di editoria, così come è inutile sperare nel posto (fisso o…mobile che sia).

Ma bisogna ancora sperare, e lottare. Quelli forti, e bravi, possono afrcela.

E, perché no?, reinventarsi in service o un progetto editoriale innovativo in un paese che di idee non ne ha più.

Io continuo a dirigere corsi di formazione, ma con un occhio attento e allargato e nuove proposte per il redattore nel terzo millennio. Penso anche, con tristezza, allo scempio che stiamo facendo della cultura.

Povera Italia, che ancora scrive (male) e non legge (bene). Ma noi, ci crediamo ancora.